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Regalo di Compleanno

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REGALO DI COMPLEANNO

 

15 gennaio 436

 

Undici anni.

Compiere undici anni non faceva nessuna differenza, non era affatto come compierne diciassette e poter essere chiamato uomo. Significava solo aver passato un altro anno da bastardo, correndo dietro al macellaio cui lo avevano affibiato come garzone, soffiandosi sulle nocche quando per il freddo smettevano anche di fargli male.

Un altro anno a sentirsi come un piede infilato nella scarpa sbagliata.

 

Quando il clan si spostava, gli piaceva sgusciare dentro la cabina di uno dei Saxon che trasportavano materiale: nessun pilota lo cacciava, anzi erano contenti perche' sapeva essere di compagnia. Lo conoscevano ormai tutti, lui era figlio del clan. Aveva un vero padre, e' vero, ma per rispetto nessuno ne pronunciava il nome: anche lui lo sapeva ma sua madre gli aveva insegnato a non vantarsene. Perche' essere frutto del seme di Leopold Morgenstern non significava nulla, se si era un frutto bastardo.

Aveva lo stesso naso sottile del padre e dei fratelli di sangue puro, Hans e Karl, gli stessi capelli biondi e ribelli, solo che a lui era consentito di lasciarli crescere. Quando ci pensava sorrideva, contento che il suo status almeno gli avesse regalato una vita senza regole strette. Cosi' ogni volta che sbucava da dietro una tenda, vedeva qualcuno sollevare gli occhi di scatto e poi rilassarsi: pensavano per un attivo di essere di fronte ad uno dei figli legittimi. Accorgendosi che invece era solo lui, abbassavano la sguardo su quello che stavano facendo, lasciandolo passare; loro lo accettavano, ma avevano la loro famiglia a cui pensare, il loro futuro e il loro passato... lui aveva poco dell'uno e niente dell'altro.

Guardando i piloti aveva capito come si faceva a guidare un carro: non era difficile. Un po' piu' complicato era stato capire come si conta, ma il via vai di monete dalle tasche del macellaio lo aveva aiutato piu' delle lezioni di sua madre. Quanto alle vie dei guerrieri, quelle le aveva nel sangue: lo aveva dimostrato fin dalla prima scaramuccia con gli altri figli delle serve, che lo prendevano in giro cantando la "canzone del bastardo". I pugni erano partiti da soli, rapidi e precisi nei punti dove faceva piu' male; i bambini erano scappati urlando e lui si era sentito invincibile! E solo.

Solo come si sentiva adesso, nella capanna coperta di neve di sua madre, ad aspettare la zuppa e l'abbraccio di auguri dell'unica persona a cui importava veramente di lui.

 

Avevano bussato alla porta con vigore e alla risposta della madre un uomo massiccio, dalla carnagione scura e coi capelli bianchi come il latte era entrato nella stanza. Aveva i colori del clan cuciti sulla casacca ma non serviva l'uniforme per capire che era un soldato di suo padre.

"Sei tu?" aveva chiesto con calma, posando il suo sguardo pesante su di lui. "Il figlio di Leopold." aveva aggiunto, accorgendosi di averlo intimorito. Lui aveva annuito contro voglia, guardando di nuovo il piatto vuoto.

"Mi chiamo Bern Liemann, ti porto un dono." Bern era stato un granatiere dell'esercito ruritano durante l'ultima grande guerra, ma era rimasto sempre fedele alla casata Morgenstern e nonostante l'eta' non aveva esitato ad abbandonare i gradi per seguire Leopold verso i territori senza padrone. Il suo nome era famoso, non avrebbe dovuto nemmeno presentarsi.

Bern poggio' una scatola metallica sul tavolo: su una delle facce della scatola sembrava esserci una griglia simile a quella degli altoparlanti a cassa. Lui sporse in avanti la testa per capire di cosa si trattasse, mentre la madre accoglieva il soldato con un po' di nervosismo. Bern rifiuto' la sedia con un breve cenno della mano, continuo' a guardare verso di lui in preda a pensieri insondabili. Dall'esterno sembrava giungere, in lontananza, un rumore: un tonfo regolare nel tempo.

"Che cos'e'?" chiese lui, senza provare eccitazione.

"Non so dirtelo, fa parte del regalo." rispose Bern, corrugando le sopracciglia.

"Ma se non lo sai, allora da parte di chi e'?" insistette, mentre una speranza gli nasceva nel cuore.

"Io..." sembro' perdersi, mentre il rumore cresceva piano di intensita' "Oggi e' successa una cosa..."

Pareva assurdo vedere un uomo cosi' forte e nobile lottare con la propria lingua per trovare parole adatte: doveva essere successa una cosa incredibile. O terribile. Lui distolse lo sguardo da Bern e lo diresse alla finestra, non si era accorto del rumore, intento com'era a scrutare il guerriero. Ma ora le stoviglie sul tavolo tremavano ad ogni tonfo, come per tante piccole scosse di terremoto, e da fuori provenivano grida spaventate.

Ebbe il tempo di sentire la madre che lo chiamava spaventata stringendolo a se'.

I tonfi erano colpo di tuono e stridore di metallo.

Ebbe il tempo di vedere il sudore sulla fronte impallidita di Bern.

I tonfi erano il maglio degli dei venuto a schiacciarli.

Possibile che fossero attaccati?

I tonfi ora erano su di loro.

Suo padre! Cosa era successo a suo padre!?

Tutto tacque, il silenzio si riverso' nella stanza per colmarne il vuoto.

 

"RAGAZZO. MI SENTI?"

"Chi?" la voce metallica proveniva dalla scatola sul tavolo, una voce fredda che non conosceva.

"MI DISPIACE NON AVERTI POTUTO PARLARE PRIMA, MA DOVEVO ATTENDERE IL TEMPO."

"Papa?" era una speranza o un timore?

"NO. NON SONO TUO PADRE, ANCHE SE SONO MOLTO VICINO A LUI ORA E LO SARO' NEGLI ANNI A VENIRE."

"Allora..."

"IL MIO NOME NON E' DI QUESTO LUOGO, MA SO CHE I NOMI SONO IMPORTANTI: MI CHIAMERAI SUN TZU."

"Sun Tzu..."

"E TU SEI LARS."

"Io mi chiamo..."

"FIGLIO DI LEOPOLD. OGGI COMPI UNDICI ANNI: IO TI PORTO UN REGALO. UN NOME NUOVO. DA OGGI TU TI CHIAMI LARS LAUFER, DEL CLAN MORGENSTERN."

 

Quale magia fosse nascosta in quella voce sintetica Lars non lo capi' mai, ma da quell'istante, non vi fu altro nome per poterlo chiamare. Bern era immobile, statuario, cio' che la scatola metallica aveva portato in quella capanna avrebbe reso minuscolo anche un gigante.

 

"ESCI. VIENI A INCONTRARMI."

 

Lars Laufer cammino' incerto verso la porta, la spalanco' e mosse alcuni passi all'aperto.

Quello che vide...

 

...lo lascio' a bocca aperta.

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