LE ONDE DI GARAN GORLAN
resoconto di Nai Napomucek, tenente della Squadra Tiki, compagnia Koral, in forza agli impianti Racek nell'Arcipelago di Garam Gorlan.
Il cielo dell’alba è paurosamente alto e vuoto. La sensazione del nulla sopra la mia testa mi angoscerebbe a morte, se le prestassi attenzione. Per fortuna non ho tempo di preoccuparmi, devo concentrarmi sul fatto di rimanere in vita.
Doveva essere una destinazione tranquilla, questa. L’arcipelago di Garam Gorlan non ha mai fatto gola a nessuna nazione. Non ci passano nemmeno i pirati, tanto è fuori dalle rotte comuni. Eppure, eccoli qui. Il nemico. Sono usciti dalle brume del mattino, scivolando sull’acqua come squali.
Hanno trasporti militari, carri leggeri, e un enorme cannone che durante la notte ha strisciato come una lenta testuggine su una delle isolette perimetrali. E hanno dei mech. Enormi corpi umanoidi che si contorcono come insetti sul mio visore, inesorabilmente in avvicinamento. Nessun essere vivente può nuotare così. E di sicuro nessun mech dovrebbe.
Invio il segnale al comunicatore: - Squadra Tiki, immersione. -
Il grosso delle forze nemiche ha mezzi hover, non possono seguirci sott’acqua. Il mio obiettivo ora sono i due bestioni. Vediamo di allontanarli dalle installazioni, e poi lasciamo il pilota del nostro Kraken a finire il lavoro. Come direbbe Dirk, distrarre gli avversari è il mio forte. Lui intende un altro genere di distrazione, però – Tenente Napomucek! – il comunicatore sfrigola, come sempre durante l’immersione rapida – convergete sui trasporti, ripeto, convergete sui trasporti. Lasciate i mech a noi. –
La voce del capitano Moge Kanoshi non è mai stata piacevole, e da quando gli hanno rifatto l’impianto alle corde vocali ricorda soprattutto il barrito di un leone marino infuriato. Dietro di noi, la sagoma tagliente del suo Manta taglia le onde senza sforzo, a velocità di crociera. Vuole dare ai mech il tempo di vederlo, per attirarli a distanza. – Signore, li agganciamo noi, e voi li bersagliate. - Il Manta è il nostro unico carro ben armato, non dovrebbe rischiare. I miei Krill invece sono fatti apposta. Siamo zanzare. Veloci, difficili da prendere e con un pungiglione cattivo… ma solo da vicino.
– Negativo, Napomucek, esegua gli ordini – la comunicazione viene chiusa. Kanoshi starà fregandosi le mani. È dalla battaglia di Gneis Marvas che non vede l’ora di rifarsi abbattendo almeno un mech. Qui alla base Racek abbiamo sentito tutti mille volte il suo racconto dei cosiddetti mostri degli abissi... Poveretto, dopo lo scontro gli hanno dovuto rifare metà della testa – ma come direbbe il maggiore, quelli che gli hanno messo l’impianto vocale non dovevano pranzare con lui tutti i giorni, altrimenti lo avrebbero silenziato.
Sto per contattare la squadra, quando un’esplosione fa vibrare il comunicatore. È amplificata, viene da sopra, e insieme all’eco giunge una voce frenetica – Copritemi, Sho è a terra, il Kraken è a terra! – cazzo. – E’ il maledetto cannone! - Abbiamo perso il pezzo più forte ancora prima di iniziare la battaglia. Si inserisce la voce del maggiore – Sho è ferito, lo recuperiamo noi. Ci sono due tracce di mech sull’isola più a sud, ripeto, due mech sull’isoletta più a sud. – Il pilota del Goan fa un click di assenso e chiude. Ora deve vedersela da solo contro quattro mech. È il migliore, Dirk, ce la può fare… No, non cominciare a pensare a lui.
Cerco i tracciati degli APC nemici e segnalo alla squadra di seguirmi. Con una virata a semicerchio ci avviciniamo ai trasporti, che intanto si sono riparati dietro una scogliera. – Squadra Tiki, pronti all’emersione! – motori al massimo, compensatore di pressione inserito… fuori!
Quando usciamo, il sole è sorto del tutto ed è una bestia feroce in agguato. I suoi raggi diretti sono un tormento per chi è sempre vissuto nelle cupole. Per noi la luce dovrebbe essere di un dolce tono di verde, non questo impietoso giallo infuocato. Per fortuna i nostri Krill sono schermati, ma anche così non possono difenderci dalla sensazione più spaventosa. Tutto quello spazio aperto e vuoto, sopra, pronto a risucchiarti via… Per combattere la paura, diceva mio padre, l’unico modo è agire.
– Squadra, pronti al fuoco. Concentrate il tiro sui due centrali! –
la parete della scogliera esplode in una vampa di plasma, le rocce fuse colano in mare sollevando colonne di vapore. Due dei trasporti nemici si accartocciano e affondano stridendo, gli uomini in power armor si sbracciano mentre l’acqua densa di olio nero e sangue li risucchia sul fondo. Ci allontaniamo per evitare i vortici, sotto il fuoco sostenuto degli altri trasporti. Sotto di noi, gigantesca, passa la sagoma di un mech in immersione.
– Eccolo che arriva! – gongola Kanoshi nel comunicatore. – Napomucek, diversione sul grande cannone. –
Non discuto. È chiaro che il vecchio ha trovato la sua balena bianca, e non sarò io a rubargli una parte di gloria. Per quello che m’importa.
Dirigiamo sull’isola dove il cannone ha preso posizione. È un Orca, anche da lontano riconosco la sagoma enorme con la canna grottescamente sporgente. Un carro prodotto su Grande Oceano, normalmente in forza all’esercito di Gneis Marvas. Ma i nostri nemici non fanno parte della famiglia Presidente… almeno, i mech non sono quei loro ridicoli Cyclops da parata verdi e oro. Anzi non riesco proprio a capire che modelli sono.
– Nai, mi ricevi? – è la voce di Dirk. Il suo mech si è immerso, per non fare da bersaglio al carro pesante. – Te la senti di fare un saluto ai due bestioni sull’isola? –
Sogghigno. Quest’uomo mi legge nel pensiero. – Ricevuto.
Inseriamo tutta la potenza dei motori e sfrecciamo sull’acqua, veloci come i riflessi sulle onde. Il carro ci avvista, e si posiziona per spararci. Andiamo incontro al fuoco incrociato suo e dei Crab, senza contare i fucili dei due mech appostati sull’isola. Ci affidiamo alla velocità e ai nostri riflessi – Non ci immergiamo tenente? – la voce di Maru è tesa. È la prima volta che affronta un vero combattimento. – Maru, il nostro compito è distrarli. Come pensi di farlo se stiamo nascosti? – Posso capirlo. Anch’io vorrei essere sott’acqua in questo momento.
– Lo tengo! – la comunicazione è disturbata, la voce inquietante di Kanoshi arriva a scatti – Maledetto! È uno di loro! È uno di quei mostri! – sul visore, distinguo a fatica la sagoma di uno dei mech avvinghiato al Manta, mentre le esplosioni fioriscono come anemoni dal muso del carro.
– Usi gli artigli, eh? – posso sentire l’impianto vocale che gracchia, senza fiato – Non sai sparare, bastardo! Prendi questo! –
poi un lacerante rumore metallico, e altre grida. Per un attimo spero che ce l’abbia fatta, ma segue solo il silenzio, e il ronzio del canale aperto.
Mio malgrado, mi accorgo che ho gli occhi lucidi. Povero Kanoshi, pazzo fino alla fine.
Mi riprendo e manovro appena in tempo per evitare la linea di tiro dell’Orca. Un’esplosione dietro di me segnala che Maru non è stato altrettanto pronto. Merda! Non posso perdere tempo. Aggiriamo il carro e lo bersagliamo, ma inutilmente. I getti del cannone a fusione ricadono sulle onde facendole bollire. Mentre viriamo, vediamo in lontananza una colonna d’acqua sollevarsi e la gigantesca sagoma di un mech viene sputata in alto, fra zampilli di schiuma. Dal modo in cui ricade inerte e affonda capisco che i missili di Dirk hanno fatto il loro lavoro.
Siamo in vista dell’isola.
E’ solo uno scoglio brullo, su cui si erge la torre di comunicazione degli impianti Racek. Dietro il traliccio di metallo, appostati come cecchini, i due mech nemici.
C’è qualcosa di strano in loro, anche da questa distanza. Sono troppo sottili per essere dei modelli standard, eppure l’altezza e la sagoma umanoide non lasciano dubbi. Ci avviciniamo ancora, cercando di portarci a tiro delle armi.
Ci sono altre comunicazioni, voci frenetiche che si alternano, esplosioni. Non faccio caso a quello che dicono, ora siamo concentrati nella caccia. Vedo il fascio di un laser tagliare l’aria, dalla riva. I Salamander li tengono inchiodati, bene. Approfitto del colpo successivo per scivolare sul fianco di uno dei due, e scarico tutta la potenza del fusion gun contro il suo torace. Mentre faccio fuoco, il nemico si volta, e scatta di lato così velocemente che riesce quasi a schivare. Il cannone a fusione lo colpisce sul braccio invece che in pieno, carbonizzando l’arto come un ramo secco. Il rivestimento esterno si stacca a brandelli e cade sfrigolando come pelle. Il profilo umanoide rabbrividisce, come se provasse dolore, ma il braccio armato si tende immediatamente verso di me.
Non ho mai visto un mech così. Sembra…umano. Per un momento, la testa mi fissa. Posso quasi vedere un’espressione sul volto appena abbozzato. Il fucile fa fuoco con una vampata. Riesco ad abbassarmi appena in tempo, portandomi a pelo dell’acqua. Lo sguardo che non è uno sguardo mi segue, vuoto e maligno.
Ma è solo quando nel volto enorme si spalanca la bocca che penso a Kanoshi. Il vecchio aveva ragione.
Con tutte le sue farneticazioni di mostri giganti degli abissi, aveva ragione.
Non esiste un modello di mech che ha i denti.
È l’ultima cosa che penso, prima dell’esplosione che mi scaraventa in mare.
- Nai? Come va? – Mi sento come se mi avessero rotolato per ore su un fondo sassoso, ho la testa che sta per scoppiare. La luce è insopportabile.
– Da schifo. – la voce si fa una risata
– Mi spiace, sai, dovrai brindare lo stesso. Abbiamo vinto. – inizio a ricordare qualcosa.
– Dirk? Sei tu? – apro gli occhi, con cautela.
In realtà la luce non è così forte, ci sono tende verdi e azzurre alla finestra. Dirk mi guarda da un lato del lettino.
– Ti puoi alzare? Se ti lascio ancora qui finisce che i biologi della Racek ti usano per gli esperimenti. –
Scopro che posso sedermi. Ho la nausea, lo stomaco non è ancora tornato al suo posto. La procedura di espulsione rapida da veicolo non è l’ideale per iniziare una giornata.
– Che giorno è? – la voce non sembra la mia.
- E’ oggi, voglio dire, hai dormito solo qualche ora. – Tutto inizia ad andare a posto nei miei ricordi.
– Allora li abbiamo fatti a pezzi. Bene. Ma chi erano? – L’espressione allegra di Dirk si rabbuia.
Con un brivido, ripenso all’ultima cosa che ho visto prima di essere abbattuta. Dirk abbassa la voce
– Eravamo noi. Noi come potremmo essere. Sono i nostri fratelli, come quelli che abbiamo combattuto a Gneis Marvas.
Scuoto la testa con tanta forza che quasi svengo di nuovo per il dolore.
– Noi non saremo mai così, Dirk. Kanoshi aveva ragione, quelli sono mostri.- Annuisce, ma lo sguardo che mi rivolge è preoccupato
– Ti sei mai chiesta cosa sta studiando la Racek in questo impianto?
– No... – ma ora che lo dice, mi sembra improvvisamente importante. Quante sono le cose che non sappiamo?
Cosa c’è dietro i cauti slogan del nostro governatore che parla di riprenderci la superficie “un atollo alla volta”?
– Nemmeno io mi sono fatto troppe domande, fino ad oggi. Ma ora penso che dovremo scoprirlo.
scritto da q-anna
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