Una nuova vita. Ci aveva pensato a lungo, aveva guardato l’arca poi la città gelata ed aveva sospirato. Una nuova vita. Il suo sguardo si era posato sui suoi uomini, sulle loro divise bianche e i volti pallidi. Una nuova vita per chi? Padre Federhalt aveva sollevato appena lo sguardo dai documenti che stava studiando e i suoi occhi neri si erano posati su di lei.
«Per tutti sergente.»
Irina prese la lettera e la fissò indecisa. Perché non riusciva a decidersi ad aprirla? Ma soprattutto, perché non l’aveva consegnata con tutti gli altri documenti? Perché era indirizzata a lei e non sapeva perché e di chi fosse. La rigirò fra le mani osservando la busta, era vecchia, di parecchi anni ed era scritta a mano. Da chi? Se Ylenia Yukotova fosse stata ancora viva glielo avrebbe domandato, ma era più probabile non avrebbe mai saputo dell’esistenza di quella lettera in quel caso. E la Prima era morta.
No, è stata uccisa. Socchiuse gli occhi per ripararsi dal vento mentre portava di nuovo davanti agli occhi il cannocchiale. Una sottile striscia di terra si distingueva appena in distanza, infilò la lettera nella tasca interna del cappotto e continuò a scorrere l’orizzonte in cerca di cosa non lo sapeva nemmeno lei.
«Signore»
«Dimmi, Liboviz.»
«La desiderano al comando.»
«Se mi volessero al comando non sarei sergente, Liboviz.»
L’uomo la fissò senza parole e così restò mentre lei gli porgeva il cannocchiale e si avviava verso la pesante porta in metallo con un sorriso divertito.
L’interno della sala comando era pieno di fumo e graduati, tutti chini su mappe o intenti ad esaminare monitor come se stessero seguendo chissà quali piani, Irina trattenne a stento una smorfia entrando e si mise sull’attenti.
«Ah sergente!» Il Devoto Royas l’accolse con un sorriso radioso. «Abbiamo appena finito di esaminare di nuovo il suo rapporto. Ha fatto davvero un ottimo lavoro.» Irina continuò a fissare davanti a se immobile chiedendosi, non per la prima volta negli ultimi giorni, che cosa ci facesse lei ancora lì. «E’ indubbio che Grigorich era lì per un motivo diverso dal nostro ed è un bene che non l’abbia riconosciuta mandando a monte i nostri piani. »
«Signore…»
«No, sergente, non ricominci. Già un mese fa le è stato detto che la presenza di Grigorich nel locale era un caso, non intendo tornare sull’argomento.»
Irina strinse appena le labbra continuando a fissare davanti a se. L’Orfano che incontrava tre agenti della Copax non era rilevante per il comando, d’accordo, lei aveva fatto tutto il possibile per farlo notare, se a loro non interessava pazienza. Incompetenti, non poté fare a meno di pensare. E di nuovo, che ci faccio ancora qui?
«Il motivo per il quale l’abbiamo chiamata, sergente» stava continuando il Devoto Royas, «è che siamo finalmente in prossimità della terra, prima di sbarcare però è necessario assicurarsi che non vi siano pericoli perciò lei e i suoi uomini andrete in perlustrazione. Non sappiamo cosa abbiamo davanti e voi siete esperti in… » Si schiarì la voce. «Questo genere di cose.»
«Cos’ha fatto per inimicarsi il comando sergente?» Chiese padre Zarinevic controllando con sguardo minaccioso gli uomini che rapidamente salivano a bordo. Irina strinse le spalle.
«Muoviamoci.» Diede il segnale per la partenza.
I mezzi anfibi scesero in acqua e si diressero rapidamente verso il gruppo di isole. Il giro inaugurale della prima arca serviva a quello: verifica del funzionamento, controllo del territorio, collaudo generale e esercitazioni per i militari imbarcati. Erano partiti dalla Nabukovia sotto gli occhi speranzosi di quanti erano rimasti a terra per i quali la prima Arca rappresentava il futuro, la salvezza. Il mare nel quale si erano inoltrati era conosciuto, le isole verso le quali si erano diretti erano territorio amico, eppure, dovevano esplorare, andare in avanscoperta, controllare come se si fossero trovati davanti al nemico, qualunque esso fosse.
Irina continuò a scrutare la striscia di terra che ingigantiva reggendosi alla paratia per evitare di cadere. Erano partiti da meno di un mese, lasciandosi alle spalle la loro patria in preda alla morsa del ghiaccio e la popolazione nel panico. Maledetti clan mech! Se non fosse stato per colpa loro adesso non sarebbero stati su questa gigantesca prigione di metallo in mezzo al mare. Strinse le labbra e abbassò il cannocchiale. Soprattutto non si sarebbero trovati coinvolti nella lotta per il potere che stava scuotendo la Nuova Chiesa dopo la morte di Ylenia Yukotova e la scomparsa del suo braccio destro, padre Heinz. Padre Federhalt sembrava l’uomo del momento ma sotto di lui si agitavano trame e cospirazioni che l’avrebbero potuto far precipitare da un momento all’altro, prova ne era quella missione che era stata loro affidata. Non si occupavano di questo genere di cose, non erano esploratori, c’erano reparti apposta per quello.
La guerra fra i clan aveva distrutto tutto quello in cui lei credeva e per il quale aveva lottato. Non avevano potuto fare niente per impedire che il mondo impazzisse attorno a loro e adesso c’era questo nuovo continente, questa terra inesplorata che lei non conosceva e non amava e della quale non voleva sapere nulla. Avrebbe preferito di gran lunga restare nella sua patria, in un territorio che conosceva come le sue tasche. Sospirò poi distolse lo sguardo dalla costa per dare ordine di prepararsi per lo sbarco. Non avevano portato mappe perché quando fossero veramente arrivati sul nuovo continente non avrebbero saputo niente di esso quindi anche in quell’esercitazione avrebbero finto fosse così, si sarebbero affidati come al solito all’istinto.
L’istinto doveva essere come la fortuna, ogni tanto guardava da un’altra parte. Strinse i denti trascinandosi lentamente verso un albero e si appoggiò al tronco gemendo. Erano sbucati all’improvviso, non appena avevano messo piede nella foresta. Non era riuscita nemmeno a vedere chi o cosa fossero, l’attacco era stato così rapido da impedire qualsiasi reazione.
Alzò piano la testa e azzardò un’occhiata attorno. Nessun movimento. Non sentiva più il dolore al braccio destro e non era sicura che fosse un buon segno, si tirò su a fatica e strinse i denti. Tutti morti…
Si guardò di nuovo attorno ascoltando nella speranza di sentire almeno un gemito, un segno che qualcuno fosse ancora vivo. Poi all’improvviso si tastò le tasche con uno sguardo preoccupato. La sua mano non trovò niente. Non poteva averla persa! Non doveva averla persa! Si guardò attorno disperata e si trascinò di nuovo dove aveva ripreso i sensi dopo essere caduta, spostò i corpi mentre il panico l’assaliva ignorando il dolore che ogni mossa le causava. Calma Irina! Calma! Si fermò di botto e inspirò a fondo. La tasca interna, era lì che l’aveva messa per paura di perderla. Lentamente si sbottonò il cappotto e ne estrasse la lettera.
Irina.
Si trascinò di nuovo al riparo e la aprì.
Scritto da Silb
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