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Il Vento Gelido dell'Eterno Inverno

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Silenzio e freddo. Il carro si spostava lentamente, quasi a passo d’uomo circondato dalla folla che rabbrividiva e non solo per il vengo gelido che soffiava senza pietà.

Ai lati del carro due file di uomini, nella divisa dell’Esercito della Fede, lo sguardo fisso davanti a loro, senza espressione. Il loro incedere era così lento che sembravano quasi immobili, i loro cappotti pesanti si confondevano con il colore della neve che li faceva somigliare a tanti fantasmi comparsi ad accompagnare l’ultimo viaggio della Prima.

Non si levava un suono, ne un singolo applauso e dietro il carro, il gruppo di dignitari, camminava rigido, in un blocco unico, come se questo fosse servito a diffondere un po’ di calore. Il cielo, tagliato ogni tanto da una nuvola veloce, era di un azzurro intenso ma sul fondo nuvole scure si affacciavano aspettando il momento giusto per comparire. Tra la folla lo sgomento era evidente, molti avevano le guance rigate dalle lacrime, qualcuno seguiva con lo sguardo il carro mormorando una preghiera, altri avevano un sorriso appena accennato, come quello con il quale si saluta un nemico caduto.

 

L’uomo camminava velocemente lungo il vicolo, il cappotto stretto al corpo, guardandosi ogni tanto alle spalle, lo sguardo spaventato. Il passo era sicuro anche se spesso gli stivali scivolavano sul ghiaccio che ricopriva la strada, il fiato era pesante, come se stesse correndo da molto, troppo tempo. Era quasi arrivato alla fine quando si ritrovò sbattuto contro il muro del palazzo.

«Com’è morta?» La frase era un sibilo pieno di promesse, nessuna delle quali buona. Padre Heinz guardò prima il volto del suo assalitore poi la lama che era posata sulla sua gola.

«Un attacco di cuore…» Rispose cercando di mantenere il sangue freddo.

«Come è morta?» Chiese di nuovo Irina Petrensko scandendo le parole una ad una. Il suo sguardo era di ghiaccio come quello che ormai ricopriva quasi tutte le strade della Nabukovia, padre Heinz si passò nervosamente la lingua sulle labbra screpolate.

«Ve l’ho detto, è…» Si interruppe di botto sentendo il dolore del taglio ed il suo sguardo si fece all’improvviso terrorizzato. «Caporale…»

«Non ho tempo per i giochetti padre, si decida a parlare, ora.»

Padre Heinz cercò di deglutire e si accorse che era impossibile.

«Io… Non lo so.» Ammise dopo un po’.

«Come fa a non saperlo? Era il suo braccio destro… »

«Le ho detto la verità!» Quasi urlò padre Heinz sentendo il coltello incidere ancora di più la carne. «Glielo giuro!»

Irina fissò con uno sguardo disgustato l’uomo che un tempo aveva ammirato poi gli strappò di dosso la borsa, padre Heinz emise un piccolo grido di protesta ma si zittì sotto lo sguardo gelido di lei. Il caporale Petrensko aprì la borsa con una mano sola, senza spostare di un millimetro la lama dal collo del segretario della Prima. Ne estrasse un diario, vecchio logoro ed alcune cartelle.

«Questa roba non è sua scommetto.» Sibilò tornando a fissarlo. «Sono sergente ora, se ne vada… »Lo lasciò all’improvviso allontanandosi di scatto e sparendo nel vicolo.

Padre Heinz si passò una mano sul collo e osservò il sangue che gli sporcava le dita. Era ancora vivo e aveva ancora parecchio da vendere in cambio della propria vita. Con uno sguardo spaventato riprese a correre.

 

Il carro proseguiva il suo lento cammino, le ruote che sembravano sfiorare appena l’asfalto, la folla che lo attorniava sempre più numerosa e sempre silenziosa. I dignitari non sembravano far caso a quello che succedeva loro attorno, i loro sguardi erano fissi sul carro e sul cimitero le cui forme si stagliavano ora, appena fuori dalla città. Il gruppo dietro il carro parve stringersi ancora di più, quasi schiacciato.

Irina li seguiva facendosi largo fra le gente, la borsa di padre Heinz nascosta sotto il cappotto della divisa. Sentiva il diario di Rasputin sbatterle sulle gambe ma non poteva fare nulla per sistemarlo senza tradirne la presenza, padre Federhalt aveva avuto ragione, era certo che il segretario della Prima avrebbe provato a trafugare qualcosa ed aveva incaricato Irina di seguirlo. E pensare che lei aveva persino provato a difenderlo.

Evitò per un pelo un bambino e si fece strada fino al margine estremo della folla cercando con lo sguardo il comandante dei Difensori della Fede. Lo individuò non senza difficoltà, nel mezzo del gruppo dei dignitari, accanto alla moglie, Sabine Von Hult, che sembrava sconvolta al punto che il marito la sorreggeva per il braccio.

Approfittando di una strettoia della strada in cui la folla sembrava particolarmente vicina al carro, Irina si affiancò a padre Federhalt.

«Allora?» Come ogni volta Irina si chiese come facesse quell’uomo a notare sempre tutto.

«Aveva ragione signore,» rispose adeguando il passo e restando dietro di lui, cercando di non attirare l’attenzione. «Ho la borsa con i documenti.»

Padre Federhalt non diede segno di averla sentita, tanto che Irina per un istante fu tentata di ripetere quello che aveva detto.

«Ci vediamo sull’Arca sergente.»

Quindi niente funerale per lei. Lasciò che la superassero e rallentò in modo da trovarsi di nuovo fra la folla che stava seguendo il carro in silenzio. Irina Petrensko non avrebbe accompagnato la Prima nel suo ultimo viaggio ma avrebbe fatto di tutto per scoprire chi ne aveva affrettato la dipartita.

Padre Heinz aveva praticamente ammesso che non era stata una morte naturale ma non sapeva chi fosse stato. Padre Heinz stava scappando, era spaventato. Chi voleva ucciderlo? Lasciò che la distanza fra lei ed il carro aumentasse sempre più. I suoi uomini la aspettavano li vicino ma non era ancora il momento di raggiungerli, si infilò in un portone aperto ed aprì la borsa.

Qualcosa le diceva che doveva controllare quello che padre Heinz aveva trafugato e lei non diceva mai di no al suo istinto.

“Irina”

Una lettera. Che ci faceva una lettera con il suo nome fra le cose della Prima?

 

«Ha fatto un ottimo lavoro sergente Petrensko.»

Irina fissava padre Federhalt con la coda dell’occhio, immobile e rigida sull’attenti. Il comandante dei Difensori della Fede stava controllando il contenuto della borsa con molta attenzione, come se cercasse qualcosa di particolare.

«Questi,» batté con il dito sulle cartelle, «sono documenti della massima importanza, senza i quali saremmo persi.»

Irina non disse niente, non erano richiesti commenti da parte sua. Padre Federhalt richiuse la borsa con uno scatto poi la guardò.

«Aveva solo questo con se padre Heinz?»

«Si signore, solo quella borsa.»

Padre Federhalt annuì lentamente continuando a guardarla, Irina mantenne la stessa espressione impassibile, il cuore che le batteva all’impazzata. Un’assurda paura le fece temere che lui potesse sentire i suoi battiti accelerati nel silenzio dell’ufficio.

«Può andare sergente.»

Uscì con un passo così rigido che dovette costringersi a rilassare la camminata per evitare di attirare l’attenzione. Raggiunse il dormitorio femminile e si sedette sulla sua branda e solo allora si concesse un sospiro di sollievo. La Prima era morta, uccisa da qualcuno all’interno della Nuova Chiesa, e l’atteggiamento di padre Federhalt era quello di chi sta cercando di accumulare più potere possibile in fretta. Non le piaceva quello che stava accadendo attorno a lei, non le piaceva per niente.

Dall’interno della giubba tirò fuori la lettera e la fissò in silenzio, indecisa. Il nome Irina era diffuso in Nabukovia e di sicuro non era lei la destinataria, tuttavia qualcosa le diceva invece il contrario. Rimase a guardarla per qualche secondo poi la rimise di nuovo nella tasca interna, non era quello il momento per aprirla, ora doveva decidere che farne dei diari di Rasputin.


 

Scritto da Silb

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